Contributi

L’azione di arricchimento senza causa nei confronti della p.a., dal riconoscimento dell’utiliter coeptum all’imputabilità dell’arricchimento, tra esigenze di controllo della spesa della finanza pubblica ed effettività della tutela giurisdizionale: le sezioni unite oggettivizzano il rimedio


Abstract


L’esperibilità dell’azione di ingiustificato arricchimento (o actio de in rem verso) nei confronti della P.A. è da sempre questione particolarmente controversa, non tanto per quanto riguarda la sua ammissibilità in astratto (di cui non si è mai dubitato), quanto piuttosto per ciò che riguarda il suo regime applicativo, sia sotto il profilo sostanziale che processuale, in quanto, come si avrà modo di illustrare diffusamente nel corso del presente lavoro, nell’applicazione di tale istituto va a convergere un duplice ordine di esigenze tra loro antitetiche e contrapposte: da un lato, quello di evitare l’assunzione di impegni di spesa da parte della P.A. senza il dovuto rispetto delle norme di contabilità pubblica, prima fra tutte quella della necessaria copertura finanziaria (art. 81, comma 4, Cost.); e dall’altro, quello di garantire l’effettività della tutela giurisdizionale (artt. 24 e 111 Cost. e 6 CEDU) delle pretese creditorie, in particolare evitando che il giudizio sulla fondatezza o meno della pretesa venga a dipendere dalla mera ed insindacabile volontà del convenuto, che, se non adeguatamente perimetrata e circoscritta, rischia di trascendere nell’arbitrio e nell’irragionevole, fonte di possibili abusi.


Temi


organizzazione e procedimento

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