La direttiva Bolkestein e le proteste dei tassisti, ambulanti, concessionari

Appare davvero singolare che, non solo in Italia, qualunque riforma normativa in tema di servizi e di tutela della concorrenza finisca per attirare proteste e critiche, tutte dirette ad individuare quale causa prima del disagio o del pregiudizio la ormai tristemente famosa direttiva Bolkestein. E dire che Frederik Bolkestein, all’epoca della adozione della direttiva (2006/123/CE) Commissario Europeo per il mercato interno, probabilmente era convinto che si trattasse di un enorme passo avanti per l’applicazione dei principi di libertà posti a base dell’Unione Europea, aprendo i mercati interni alla circolazione dei servizi e alla concorrenza, a tutela delle imprese e dei consumatori.

Certo, quando grazie alla famosa sentenza BOSMAN e poi alla direttiva (di obbligatoria applicazione in Italia come negli altri paesi membri dell’Unione Europea) sono venuti meno i vincoli per le squadre di calcio quanto all’acquisizione di calciatori stranieri, nessuno si è lamentato, anche se più recentemente si osserva che l’eccesso di calciatori stranieri nelle squadre di calcio italiane rischia di provocare un impoverimento del bacino interno, a danno della Nazionale di calcio.

In verità, quando si applicano i principi della direttiva Bolkestein,  diretti a costruire e sviluppare un mercato interno dei servizi rispettoso della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi e della possibilità di liberamente prestare servizi negli Stati membri dell’UE, al fine di garantire la concorrenza in favore del mercato delle imprese e dei consumatori, è naturale che si provochi un conflitto di interessi, tra quanti già sono posizionati sul mercato (i quali tendono a proteggere la situazione di favore, provando ad impedire ad altri soggetti di entrare a far parte del mercato stesso e quindi aumentare il grado di concorrenza) e quanti intendono cominciare un’attività professionale o artigiana o d’impresa (i quali, ovviamente, soffrono delle barriere poste dalla normativa all’ingresso del mercato e vorrebbero maggiori chances e maggiore concorrenza).

Ma siamo proprio certi che le critiche debbano essere rivolte alla direttiva e a questa Unione europea, che pretendono in fondo semplicemente un’applicazione uniforme di regole concorrenziali che impediscano pratiche restrittive all’ingresso nei mercati e consentano uno sviluppo economico migliore, più equilibrato e meno discriminatorio? O forse sono le modalità e le regole imperfette interne al nostro Paese che, pur nella giusta finalità di applicare finalmente detti principi, finiscono per tradirne lo spirito, creando ulteriori guasti nel mercato, finendo per non aumentare il gradiente di concorrenza e aumentando disagio e discriminazione tra gli operatori?

Del resto, chi potrebbe dar torto al tassista che protesta (anche se violando la disciplina sullo sciopero nei servizi pubblici), quando evidenzia che la concorrenza di chi svolge l’attività di noleggio con conducente o svolga il servizio con uso della piattaforma UBER o metta a disposizione auto attraverso il servizio cd. Car-pooling, sarebbe concorrenza sleale perché costoro non sono soggetti alla miriade di regole di servizio pubblico e fiscali cui sono sottoposti invece i tassisti?

Eppure, certo non si può impedire che dette attività e servizi possano essere prestati, anche perché i consumatori ne hanno un sicuro beneficio, ampliandosi l’offerta e migliorandosi la qualità complessiva dell’offerta di servizi (non pare un caso che una nota cooperativa di taxi ha sviluppato una piattaforma informatica per la chiamata ed il pagamento delle corse che non ha nulla da invidiare a quella di UBER).

Ciò che pare mancare, allora, è la ricerca di un corretto equilibrio tra gli opposti interessi, che dovrebbe essere oggetto proprio dell’azione che manca, quella politica. È compito della politica contemperare gli interessi in gioco, perseguendo valori ineliminabili, ma con il minor sacrificio possibile da parte di tutti, e certo i continui rinvii nell’applicazione delle norme non aiutano né gli uni, né gli altri, chiunque essi siano.

Ed infatti, le proroghe ed i rinvii non risolvono le suddette problematiche, ma le aggravano, come dimostrato da quanto è accaduto per le concessioni demaniali marittime (gli stabilimenti balneari per intenderci), per le quali la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha, a luglio del 2016, accertato l’illegittimità della proroga concessa dal nostro legislatore e obbligato a effettuare procedure selettive per scegliere i concessionari tra candidati in modo trasparente ed imparziale, gettando nel panico gli attuali concessionari che rischiano di vedere la propria posizione ed i propri investimenti compromessi, senza che allo stato vi sia stata una adeguata risposta della politica, se si eccettua la approvazione di un disegno di legge delega recente, che avrà, è facile prevedere, una lunga gestazione.

Lo stesso potrebbe dirsi quanto alla proroga ottenuta, nel famigerato decreto milleproroghe attualmente in esame alla Camera dei Deputati (A.C. 4304), da parte di quanti (ambulanti e concessionari di posto fisso) abbiano concessioni di commercio in aree pubbliche (ad esempio i mercati rionali): tutte le concessioni sono prorogate al 31 dicembre 2018, ma nel frattempo i comuni devono avviare le procedure di selezione pubblica, pur dovendo salvaguardare i diritti degli operatori uscenti (parole poco comprensibili, ma che lasciano intravedere almeno un’attenzione al problema). La preoccupazione degli operatori è pienamente giustificata, sebbene in molte realtà regionali e locali si può assistere ad un tentativo di “protezione”, per quanto possibile e nei limiti del lecito, dei concessionari uscenti ma nella consapevolezza che alle porte vi sono tanti che vorrebbero entrare nel mercato specifico. Certo, non è chiaro come il singolo ambulante si potrà proteggere dalle multinazionali e dai fondi, nonché da consorterie varie, ma rinviare il problema non significa risolverlo.

Lo sa bene Marcello, titolare di una concessione di posto fisso in un mercato rionale di Roma, il quale ha seriamente fatto investimenti, finanche acquistando i frigoriferi necessari per la sua attività di vendita di prodotto ortofrutticoli: ha bisogno di continuità lavorativa e accetterebbe al limite anche di partecipare ad una procedura di gara per avere la riassegnazione della concessione, purché gli sia riconosciuta in qualche modo la posizione maturata, gli investimenti fatti e vi siano reali chances, con una gara davvero trasparente e non discriminatoria; ma come avere fiducia che ciò accada?

La direttiva sui servizi non pare essere il male assoluto, ma lo può in concreto divenire se mal applicata, ed è questo che alimenta le proteste, che fatalmente si placano provvisoriamente con una comoda proroga, ma covano sotto la cenere, pronte a divenire attuali quando prima o poi, inevitabilmente, le regole dell’Unione Europea andranno applicate. La Politica deve delle risposte serie, adeguate e tempestive, ma forse oggi non è il tempo delle scelte.